Cosa spinge un genitore a portare il figlio in terapia? Sono tanti i bambini che hanno un comportamento strano, indice del fatto che qualcosa non va. Eppure la maggior parte dei genitori esita prima di chiedere aiuto, “È solo un periodo”, spesso dicono a se stessi, “crescendo passerà”.
Quando i genitori si decidono, di solito la situazione è già diventata molto difficile, se non insostenibile, sia per loro che per il figlio. Anche quando i genitori non sono direttamente toccati dal comportamento del figlio, il disagio, l’ansia o la preoccupazione li spingono al punto di prendere dei provvedimenti.
A volte i genitori portano il figlio in terapia perché c’è stato un evento straordinario, per essere certi che il bambino esprima le emozioni legate all’evento stesso (quale può essere la morte o la malattia di una persona amata, maltrattamenti, molestie sessuali oppure un’esperienza che lo ha profondamente spaventato come un incidente stradale o un terremoto).
Un grosso motivo per cui i genitori esitano a cercare aiuto è il pensiero che la terapia comporta tempi lunghi, forse anni. Ovviamente ci sono casi che richiedono trattamenti a lungo termine. In genere, comunque, molti problemi si possono trattare nel giro di 3-6 mesi, con una seduta alla settimana.
Lo psicologo dell’età evolutiva si occupa dell’infanzia e delle difficoltà incontrate da bambini durante le diverse fasi dello sviluppo cognitivo, psico-affettivo e socio-relazionale. Il terapeuta che si occupa di bambini lavora anche con i genitori, aiutandoli a capire quali siano le cause e le possibili soluzioni del disagio dei figli. Curare bambini significa migliorare le relazioni con sé stessi, tra genitori e figli e l’ambiente sociale in cui si è inseriti.
La sofferenza psicologica nei bambini assume spesso le forme di veri e propri “sintomi” che vanno adeguatamente inquadrati e diagnosticati, soprattutto per prevenire disturbi più gravi in età adulta.
I sintomi infantili possono essere segnali di disagio personale ed interpersonale, delle richieste di aiuto che in questa fase di vita non assumono forme chiaramente espresse, ma che vanno comunque ascoltati e ridefiniti.
Disegno, gioco e storie: questi i modi privilegiati che i bambini utilizzano per entrare in relazione con i grandi e comunicare il loro disagio. Ed è proprio tramite questi strumenti che il terapeuta infantile si avvicina al mondo interno del bambino e alle sue emozioni, tentando di tradurre questi segnali e sintomi e facilitando la comunicazione nel nucleo familiare. A tal fine il percorso con il bambino si associa ad uno spazio di accoglienza e sostegno genitoriale.
L’obiettivo della consultazione è comprendere e gestire le difficoltà attuali ma soprattutto prevenire quelle future.
Segnali d’attenzione
Le difficoltà nella gestione dell’ansia si traducono in alcuni sintomi tipici corporei, comportamentali e di pensiero simili a quelli che si manifestano negli adulti ma con una prevalenza dei sintomi comportamentali.
Tra i sintomi comportamentali, i più evidenti sono quelli legati all’evitamento della situazione ansiogena. Segnali d’attenzione sono quando il bambino improvvisamente manifesta cali nel rendimento scolastico o non vuole più andare a scuola o frequentare altri contesti sociali, quando fatica nella relazione con i coetanei e preferisce rimanere isolato.
Quando l’evitamento non è possibile, a seconda dell’età, compaiono alcuni comportamenti tipici tra cui il succhiarsi il pollice, rosicchiarsi le unghie e piangere.
Tra i sintomi fisiologici spesso (ma non sempre) sono indicativi di un forte stato d’ansia un aumento della sudorazione, nausee e mal di pancia, un bisogno frequente di fare la pipì, un aumento di battiti cardiaci, difficoltà a prendere sonno.

I segnali che possono richiedere una consulenza sono:

  • Ansie, mal di pancia e mal di testa frequenti
  • Paure e preoccupazioni ricorrenti
  • Rifiuto di andare a scuola
  • Difficoltà di attenzione e apprendimento
  • Tristezza e apatia
  • Problemi nella relazione
  • Fatica a controllare la rabbia

Diagnosi e trattamento dei disturbi dell’età evolutiva
Per età evolutiva si intende la fascia di età che va dai 3 anni ai 18, dall’infanzia cioè all’adolescenza. Durante questo periodo avvengono numerosi ed importanti cambiamenti, fisici, comportamentali, affettivi ed emotivi. Il bambino si trova ad affrontare sfide quotidiane come la separazione da mamma e papà, l’inizio della scuola, il confronto con i pari, le prestazioni scolastiche o l’apprendimento di nuove regole. Per qualcuno questo può essere faticoso o addirittura fonte di sofferenza: in questi casi il bambino può cominciare a manifestare segni di disagio. Questo disagio spesso non può essere espresso verbalmente e si manifesta prevalentemente a livello comportamentale, corporeo ed emotivo. È importante riuscire a riconoscere i segnali di disagio del bambino per poter intervenire nel modo più appropriato e tempestivo. Nel caso in cui il bambino manifesti disagio nell’affrontare situazioni a forte impatto emotivo (separazione dei genitori, inserimento scolastico, difficoltà relazionali ecc.) può essere utile un lavoro di sostegno psicologico con l’obiettivo di accompagnare lui e la sua famiglia nel momento della difficoltà. Se il disagio si trasforma in un disturbo significativo, l’intervento migliore per alleviare la sofferenza e ridurre i sintomi è la psicoterapia cognitiva, specifica per l’età evolutiva.
L’obiettivo della consultazione è comprendere e gestire le difficoltà attuali ma soprattutto prevenire quelle future.

Come si procede
Un percorso terapeutico in età evolutiva prevede un primo colloquio con i genitori o con chi si occupa dell’educazione e della cura del bambino, successivi 4 o 5 colloqui di osservazione e colloquio con il bambino stesso, e un incontro finale di restituzione di ciò che si è compreso ai genitori per la condivisione della diagnosi e per stabilire le linee generali del progetto terapeutico.
La psicoterapia in età evolutiva procede con la costante partecipazione dei genitori, degli insegnati e qualora c’è ne fosse bisogno anche della rete familiare più ampia. La partecipazione dei genitori è fondamentale nella psicoterapia perché l’intervento oltre a definire il bisogno del bambino, deve restituire ai genitori una consapevolezza nuova e strumenti più efficaci di comunicazione con loro figlio.
Vi sono alcune differenze nelle modalità d’intervento a seconda della fase evolutiva del bambino che necessita di attenzioni diverse a seconda della fase di sviluppo attraversata.

Differenze evolutive:
0-3 anni: il bambino è completamente dipendente dai genitori; l’intervento mira quasi esclusivamente ai colloqui con le figure genitoriali, le sedute con il bambino si fanno spesso insieme ai genitori sia contemporaneamente che singolarmente, e l’osservazione del bambino viene utilizzata per dare ai genitori nuove chiavi di lettura del comportamento del figlio, creando gradualmente risposte più adeguate ai suoi bisogni.

3-6 anni: il bambino è ancora molto dipendente dai genitori ma inizia ad essere scolarizzato anche se non completamente; l’intervento si basa ancora molto sui colloqui genitoriali, ma si possono effettuare parallelamente e a seconda del caso specifico maggiori sedute con il bambino. In questa fase, infatti il bambino, verbalizza con più sicurezza e interagisce in maniera più autonoma, con più risorse di gioco e di relazione con il terapeuta.

6-10 anni: il bambino è più indipendente dai genitori e la rete sociale e familiare inizia ad essere importante nella organizzazione di vita, i genitori sono ancora le figure fondamentali; l’intervento inizia a concentrarsi su sedute più frequenti con il bambino individualmente e le figure genitoriali vengono seguite parallelamente con incontri mirati alla condivisione di ciò che emerge in terapia con il bambino, al fine di potenziare i risultati ottenuti e generalizzarli efficacemente in tutti i contesti vissuti dal bambino.

10-13 anni: il bambino diviene più autonomo ed ha esigenze più legate all’ambiente sociale più ampio; l’intervento mira alla costruzione di una relazione significativa con il terapeuta, che in questa fase di età, diviene un importante interlocutore “alternativo” ai genitori, e permette di comunicare all’interno di uno spazio esclusivo e più indipendente. I genitori collaborano alla terapia in maniera comunque costante, ma il bambino esige riservatezza e spazi di dialogo esclusivi al servizio del sé che inizia a definirsi come tale.

Oltre i 13 anni: l’adolescenza inizia e, nonostante lievi differenze individuali, le esigenze cambiano. L’intervento si concentra soprattutto sull’approccio individuale, con particolare attenzione al mantenimento degli spazi di privacy, così importanti in questa fase evolutiva. La costruzione di una relazione di fiducia esclusiva e protetta è la maggiore esigenza per un adolescente che si avvicina ad un percorso psicologico. Il trattamento prevede comunque sedute di confronto con i genitori, essendo l’adolescente ancora parzialemente dipendente dalle sue figure di riferimento, ma il bisogno di autonomia e di differenziazione dai “grandi” è prioritario.

Molti studi scientifici indicano la terapia cognitivo comportamentale (CBT) come un trattamento psicoterapico efficace per numerosi disturbi psicologici a esordio infantile.
La letteratura scientifica indica anche che l’efficacia dei trattamenti di psicoterapia cognitivo-comportamentale aumenta la propria efficacia se prevede il coinvolgimento dei genitori.
I genitori devono quindi essere sostenuti nel loro ruolo educativo e affettivo in quanto sono loro i veri esperti del loro bambino, sia quando sta bene sia quando soffre.

SERVIZI OFFERTI

  • Psicodiagnosi –consiste in 4/5 colloqui in cui, a seconda della richiesta, vengono somministrati dei test cognitivi e/o emotivi o effettuata l’osservazione del comportamento del bambino in situazioni di gioco libero e/o strutturato. L’obiettivo è quello di valutare l’adeguatezza del bambino in relazione all’età, le sue capacità relazionali con gli adulti e con i pari e l’area cognitiva. Attraverso il percorso di psicodiagnosi si valutano anche gli aspetti emotivi e cognitivi e l’influenza degli uni sugli altri.
  • Sostegno alla genitorialità – spesso il disagio di un bambino può essere fonte di sofferenza e preoccupazione per i genitori, in questi casi avere uno spazio dove essere ascoltati e confortati può essere di grande aiuto per comprendere meglio le proprie emozioni e quelle del proprio bambino. In questo spazio è possibile riflettere sulla modalità di stare insieme al proprio figlio così come sulle abitudini di comunicazione familiare. Si tratta di uno spazio offerto ai soli genitori dove lo psicoterapeuta fornisce delle indicazioni pratiche per gestire situazioni concrete. Il terapeuta accompagna i genitori a riflettere sulla propria storia personale e su come questa possa talvolta influenzare il proprio stile genitoriale; l’obiettivo centrale del lavoro è quello di aiutarli a capire le proprie criticità e motivare al cambiamento verso uno stile educativo più funzionale e sereno per tutta la famiglia.
    Un intervento di sostegno è particolarmente indicato in situazioni di divorzio o separazione e di qualunque tipo di conflitto, per aiutare la famiglia a ridefinire ruoli e relazioni. Il terapeuta aiuta e sostiene i componenti della famiglia a ridefinire se stessi e il proprio ruolo in modo sintonico e funzionale, a fronte di tutti questi cambiamenti.
  • Psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva – se dalla psicodiagnosi effettuata con il bambino emergono sofferenze più significative e strutturate o il disagio influisce sul normale svolgersi della vita familiare e scolastica, è necessario intraprendere una psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva al fine di ridurre i sintomi e curare il disagio. Attraverso il dialogo, il gioco o il disegno, il terapeuta aiuta il bambino a comprendere i suoi pensieri negativi, a riconoscere le emozioni che ne conseguono e i comportamenti sintomatici. Questo lavoro di comprensione e riconoscimento dei propri vissuti, insieme alla condivisione con il bambino e i suoi genitori, può dare inizio ad una fase di cambiamento e quindi di riduzione della sintomatologia e del malessere.
  • Accompagnamento all’adozione
    Il cammino per diventare genitore adottivo è complesso e impegnativo, sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista psicologico.
    L’adozione è una grande risorsa che può trasformare emozioni e vissuti negativi, generando nuovi significati e nuovi percorsi di vita. Tali processi partono però da un trauma e da una ferita doppia: quella della coppia che ha atteso a lungo un figlio naturale e quella del bambino che è stato abbandonato. Se, da una parte, è naturale che i genitori possano essersi costruiti una propria immagine del figlio che sarà affidato alle loro cure, dall’altra il bambino adottato, portatore di una propria storia, avrà necessariamente memorie, anche inconsapevoli, e stili di attaccamento che potrebbero generare comportamenti oppositivi, difensivi o addirittura aggressivi.
    Il percorso adottivo appare quindi caratterizzato da variabili tali da poter richiedere l’accompagnamento da parte di esperti, anche quando i servizi territoriali o gli enti per l’adozione internazionale hanno assolto i propri compiti di sostegno e monitoraggio.
    La sofferenza legata alla famiglia adottiva può avere a che fare sia con i difficili vissuti relativi agli accadimenti prima dell’arrivo del bimbo nel nuovo nucleo sia con la costruzione faticosa di nuovi legami.
    -Il sostegno ai genitori adottivi ha l’obiettivo di aumentare il loro senso di sicurezza affinché essi possano affrontare ogni tappa dell’adozione senza sentirsi soli. Potrà essere utile alla coppia a comprendere meglio il proprio bambino per poter essere per lui un riferimento sicuro.
    -L’aiuto dato ai bambini adottati è volto a ripercorrere la strada della loro storia e a sostenerli nell’elaborazione del dolore. Lo spazio terapeutico sarà uno campo relazionale dove poter percepire emozioni vecchie e nuove, apprendere a dare ad esse un nome, imparare a riconoscerle e a regolarle. La terapia è orientata all’integrazione e al consolidamento dell’identità affinché il bimbo possa entrare nel sistema famigliare e riconoscersi come parte di esso, nella relazione con i genitori e nel nuovo contesto di vita.

PATOLOGIE TRATTATE

  • Paure, ansie, fobie (ansia da separazione, ansia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo infantile)
  • Depressione infantile
  • Situazioni di blocco emotivo (mutismo selettivo, difficoltà a esprimere le proprie risorse cognitive e affettive, inibizioni di varia natura)
  • Difficoltà che coinvolgono l’alimentazione (rifiuto del cibo, desiderio smodato di mangiare, obesità infantile)
  • Difficoltà che riguardano la defecazione o la minzione (encopresi, enuresi)
  • Difficoltà che coinvolgono il sonno (incubi notturni, angoscia nel rimanere soli nella propria cameretta, difficoltà ad addormentarsi)
  • Manifestazioni di aggressività (verso i coetanei, verso bambini di età diversa, verso uno o entrambi i genitori, verso un fratello o una sorella, verso altre figure adulte, indirizzate verso se stessi)
  • Difficoltà a mantenere l’attenzione, iperattività
  • Problemi di apprendimento
  • Problematiche relazionali (scarso rispetto delle regole, difficoltà di separazione, ritiro e chiusura)

Ci sono poi alcune situazioni critiche che il bambino può trovarsi ad affrontare:

  • Gelosie conseguenti alla nascita di un fratellino o una sorellina;
  • Situazioni di separazione della coppia genitoriale;
  • Malattia grave o morte di un genitore.

PAURA, ANSIA E FOBIE
L’ansia viene distinta dalla paura in base all’oggettività del pericolo. Mentre la paura si manifesta come reazione ad un pericolo esistente, l’ansia si manifesta come reazione alle possibili conseguenze (immaginate) di un evento. Le fobie si caratterizzano con una tendenza all’evitamento conseguente ad un’eccessiva attivazione ansiosa.
A seconda delle età vi sono paure tipiche che possono essere considerate normali. Fino ai due anni possiamo ad esempio ritenere normali la paura degli estranei e del buio. Nel periodo tra i due e i sei anni le paure si manifestano frequentemente ed sono spesso legate al buio, ai medici, ai temporali mentre in età più avanzate sono frequenti paure legate all’immagine di sé, alla propria adeguatezza e all’essere accettati dal gruppo.
In tutte le età la paura e l’ansia sono stati emotivi naturali ed utili per affrontare pericoli, sfide e momenti difficili. Tuttavia imparare a regolarle e gestirle può essere complicato e questo può portare ad un aumento eccessivo della loro intensità e o della loro durata.

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